La poesia prudente
e gli uomini
prudenti
durano
solo lo stretto
necessario
per morire 
tranquilli

Charles Bukowski ( 1920-1994)

 

posta

la posta aumenta
lettera su lettere per dirmi
che grande scrittore 
che sono
e poesie, romanzi,novelle
racconti, ritratti.
qualcuno chiede solo un autografo
un disegno, una parola.
altri propongono una corrispondenza
permanente.

io leggo mutto, butto tutto
faccio i miei affari

so bene che nessuno è 
un "grande" scrittore,
può essere 
stato,
ma scrivere è un´impresa
che ricomincia da capo
ogni volta
e tutti gli elogi,
i sigari, le bottiglie
di vino inviate
in tuo onore
non garantiscono
come sarà la riga succesiva,
e soltanto quella conta,
il passato è 
inutile,
siede sulle ginocchia
degli dei
mentre i secoli
svaniscono 
nel loro marcio 
celere 
sfarzo.



sprecare la vita

lamentele inifme e triviali,
costantemente ripetute,
possono far ammattire un santo,
per tacere di un bravo ragazzo
qualunque ( me)
e il peggio è che chi 
si lamenta
nemmeno si accorge di farlo
a meno che non glielo dici
e perfino se glielo dici
non ci crede.
e così non si conclude
niente
ed è solo un altro giorno
sprecato,
preso a calci,
mutilato
mentre il Buddha
siede nell´angolo 
e sorride.


aspetta e ti troverà

una giornata alle corse,
seguita da un tuffo
in piscina,
seguito da 5 minuti
nella sauna,
seguita da una doccia,
seguita dalla lettura della posta
( non molto interessante )
poi la mogliettina
racconta qualcosa della sua
giornata,
i miei sette gatti mi accolgono
uno alla volta
e la serata 
comincia.

dal puro inferno a questo.
riuscirò a sopportalo?
ci riuscirè voi?

ma non preoccupatevi
l´inferno tornerà,
rinvigorito
mi troverà
di nuovo
più vecchio, più grasso
e io ti farò rapporto,
caro lettore,
nello stile a cui
ti sei 
abituato.


il fattore X

ho mal di schiena, mi sento gonfio, dovrei tagliare
le unghie dei piedi,
sto qui a fumare
a mezzanotte passata,
la radio al minimo,
la notte tiepida,
la vista sulla 
autostrada,
io ancora vivo
ma non so gli altri.
alle corse continuano
ad avvicinarmi
sconosciuti che vogliano parlare,
mi vengono troppo vicino
con la faccia,
hanno occhi che fanno
impressione,
cianciano
come scimmie
allo zoo
finché
non li mollo,
piglio
la scalamobile,
qualche volta mi rifugio
nel parcheggio,
cammino al sole,
torno indietro,
guardo un´altra
stramaledetta 
corsa.

ripensando ora
alla mia giornata,
mi sento appesantito
e stanco.
sì, sì ho vinto.

ma dovrei inventare
qualcos´altro 
bazzicare i musei?
no.
tremendo.
forse trastullarsi
coi pennelli?
ah, no.

però, star qui seduto
ad aspettare
la morte,
non è un granché
come hobby.

guardo il fumo 
aleggiare
nella stanza
alzo la radio,

state a sentire, la morte
non mi preoccupa
ma m´incazzo 
quando muoiono
gli animali.

benissimo, eccomi qua
seduto in mutande,
di nuovo 
a lamentarmi.

e per farlo 
mi pagano.

chi l´avrebbe mai
immaginato?


esame


ah sì, sono un bravo ragazzo
appena resta poca
carta igienica
tolgo il rotolo
e
ne rimetto uno ben pieno.
non vivo
solo
e sono cosciente
che un´improvvisa ricerca nervosa
di quel rotolo
di carta
può mandare in malora
i più teneri umori
o scagliare maledizioni
sulle piastrelle
del bagno

bravi ragazzi come me
servono a qualcosa
in questo mondo difficile.


non restituire al mittente

la buona notizia è che sono
deperibile,
mentre la lumaca striscia lenta sotto
la foglia,
mentre la dama nel caffè 
ride una falsa risata,
mentre la Francia brucia
un crepuscolo di porpora.
sono deperibile
e questo è il bello,
mentre il cavallo scalcia
un´asse della stalla,
mentre ci affrettiamo verso
il paradiso,
io sono piuttosto deperebile.
metti le scarpe sotto
il letto
allineate.
mentre ulula il cane
l´ultima rana sbuffa
e salta.


sissignore!

tutti i vicini pensano
che noi siamo
strani.
e noi pensiamo
lo stesso di loro.
e facciamo 
tutti 
centro.


gufo 

stanotte ho visto un gufo.
stanotte ho visto il mio primo gufo
era in cima a una palo del telefono.
mia moglie lo ha illuminato con la pila.
non s´`e mosso .
se ne stava lì
beato
riflessi di luce negli occhi.

il mio primo gufo
il mio gufo di San Pedro.

poi è suonato il telefono.

siamo andati dentro.
era qualcuno che voleva
parlare.
poi ha finito

siamo tornati fuori e il gufo
era scomparso.

accidenti a chi si sento solo.

magari non vedrò più un gufo
in vita mia.

Charles Bukowski
Poesie


Splash

L'illusione è che tu semplicemente
stia leggendo questa poesia.
La realta' è che questa è
più di una
poesia.
Questo è il coltello
di un accattone.
è un tulipano.
è un soldato che marcia
attraverso Madrid.
questo sei tu sul tuo
letto di morte.
questo è Li Po che ride
sottoterra.
no, non è una dannata
poesia.
è un cavallo
che dorme.
una farfalla dentro
il tuo cervello.
questo è il circo
del diavolo.
e non la stai leggendo
su una pagina.
è la pagina che legge
te.
la senti?
è come un cobra.
è un'aquila affamata
che sorvola la stanza.
questa non è una poesia.
la poesia è barbosa,
ti fa venire sonno.
queste parole ti incitano
a una nuova
follia.
ti ha toccato la grazia,
sei stato spinto
dentro una
abbacinante regione di
luce.
adesso l'elefante
sogna insieme
a te.
la volta dello spazio
curva e ride.
adesso puoi morire.
tu puoi morire adesso come
si doveva morire da uomini:
grande,
vittorioso,
con l'orecchio alla musica,
essendo tu la musica,
che romba,
romba,
romba.




la tragedia delle foglie

mi destai alla siccità e le felci erano morte,
le piante in vaso gialle come grano;
la mia donna era sparita
e i cadaveri dissanguati delle bottiglie vuote
mi cingevano con la loro inutilità;
c'era ancora un bel sole, però,
e il biglietto della padrona ardeva d'un giallo caldo
e senza pretese; ora quello che ci voleva
era un buon attore, all'antica, un burlone capace di scherzare
sull'assurdità del dolore; il dolore è assurdo
perché esiste, solo per questo;
sbarbai accuratamente con un vecchio rasoio
l'uomo che un tempo era stato giovane e,
così dicevano, geniale; ma
questa è la tragedia delle foglie,
le felci morte, le piante morte;
ed entrai in una sala buia
dove stava la padrona di casa
insultante e ultimativa,
mandandomi all'inferno,
mulinando i braccioni sudati
e strillando
strillando che voleva i soldi dell'affitto
perché il mondo ci aveva tradito
tutt'e due.



i gemelli

a volte insinuava che ero un bastardo e io gli dicevo di ascoltare
Brahms, e gli dicevo di mettersi a dipingere e di bere e di non farsi
dominare dalle donne e dai dollari
ma lui mi gridava: Per Amor di Dio ricorda tua madre,
ricorda il tuo paese,
ci farai morire tutti!...


giro nella casa di mio padre (che aveva finito di pagare
dopo 20 anni dello stesso lavoro) e guardo le sue scarpe stecchite
il modo in cui i suoi piedi incresparono il cuoio, come se irosamente
stesse piantando rose, e così era, guardo la sua morta sigaretta,
la sua ultima sigaretta
e l'ultimo letto in cui dormì quella notte, e sento che forse dovrei
rifarlo
ma non posso, perché un padre è sempre il tuo maestro anche quando
non c'è più; credo che queste cose siano accadute molto spesso
ma non posso fare a meno di pensare

morire su un pavimento di cucina alle 7 del mattino
mentre gli altri friggono le uova
non è poi così brutto
se non càpita a te.

esco, stacco un'arancia e le tolgo la buccia lucente;
le cose sono ancora vive: l'erba cresce ch'è un piacere,
il sole fa piovere i suoi raggi tra i giri di un satellite russo
un cane, sciocco, latra chissà dove, i vicini spiano dietro le tendine.
io qui sono un estraneo, e sono stato (immagino) la pecora nera,
e non dubito che m'abbia dipinto proprio bene (il vecchio e io
lottavamo come leoni di montagna) e dicono che abbia lasciato tutto
a una donna di Duarte ma non me ne importa un fico - se lo tenga:
era il mio vecchio

ed è morto

dentro, mi provo un vestito celeste
la cosa migliore che abbia mai indossato
e muovo le braccia come uno spaventapasseri nel vento
ma non serve:
per quanto ci odiassimo
non posso tenerlo in vita.

identici eravamo, avremmo potuto essere gemelli
il vecchio e io: almeno così dicevano
teneva i suoi bulbi nel crivello
pronti per essere piantati
mentre io me la spassavo con una battona della 3^ strada.

va be', lasciateci questo momento: ritto davanti a uno specchio
nel vestito di mio padre morto
mentre aspetto
di morire anch'io.


anormale


quando facevo le elementari
il maestro ci racconto' la storia
di un marinaio
che disse al capitano:
"la bandiera? spero di non
vederla piu', la bandiera!"
"molto bene," gli fu risposto,
"il tuo desiderio
sara' esaudito!"
e lo chiusero nella
stiva
e ce lo tennero,
mandandogli cibo
di sotto
e mori' laggiu'
senza vederla mai piu'
la bandiera.

una storia davvero spaventosa
per dei bambini,
molto
efficace.
ma non efficace
abbastanza per
me.
stavo li' seduto a pensare,
bene, e' brutto
non vedere la
bandiera,
ma il bello e'
non dover vedere
la gente.
pero'
non alzai la mano
per dir niente del genere.
sarebbe stato ammettere
che non volevo vedere
neppure loro.
ed era vero.

guardavo dritto alla
lavagna
che sembrava migliore
di chiunque
di loro





la tragedia delle foglie

mi destai alla siccità e le felci erano morte,
le piante in vaso gialle come grano;
la mia donna era sparita
e i cadaveri dissanguati delle bottiglie vuote
mi cingevano con la loro inutilità;
c'era ancora un bel sole, però,
e il biglietto della padrona ardeva d'un giallo caldo
e senza pretese; ora quello che ci voleva
era un buon attore, all'antica, un burlone capace di scherzare
sull'assurdità del dolore; il dolore è assurdo
perché esiste, solo per questo;
sbarbai accuratamente con un vecchio rasoio
l'uomo che un tempo era stato giovane e,
così dicevano, geniale; ma
questa è la tragedia delle foglie,
le felci morte, le piante morte;
ed entrai in una sala buia
dove stava la padrona di casa
insultante e ultimativa,
mandandomi all'inferno,
mulinando i braccioni sudati
e strillando
strillando che voleva i soldi dell'affitto
perché il mondo ci aveva tradito
tutt'e due.

 

 la vita di Borodin

la prossima volta che ascolti Borodin
ricorda che era solo un farmacista
che scriveva musica per distrarsi;
la sua casa era piena di gente:
studenti, artisti, barboni, ubriaconi,
e lui non sapeva mai dire di no.
la prossima volta che ascolti Borodin
ricorda che sua moglie usava le sue composizioni
per foderare la cuccia del gatto
o coprire i vasi di latte acido;
aveva l'asma e l'insonnia
e gli dava da mangiare uova à la coque
e quando lui voleva coprirsi la testa
per non sentire i rumori della casa
gli lasciava usare soltanto il lenzuolo;
per giunta c'era sempre qualcuno
nel suo letto
(dormivano separati quando proprio
dormivano)
e siccome tutte le sedie
erano sempre occupate
spesso lui dormiva sulle scale
avvolto in un vecchio scialle;
era lei a dirgli di tagliarsi le unghie,
di non cntare o fischiare
di non mettere troppo limone nel tè
di non schiacciarlo col cucchiaino;

Sinfonia n.2 in si minore
Il principe Igor
Nelle steppe dell'Asia centrale
riusciva a dormire solo mettendosi
un pezzo di stoffa scura sopra gli occhi;
nel 1887 partecipò a un ballo
all'Accademia di medicina
indossando un allegro costume nazionale;
sembrava finalmente di un'insolita gaiezza
e quando cadde sul pavimento,
pensarono che volesse fare il pagliaccio.
la prossima volta che ascolti Borodin,
ricorda...

 

 
la casa

costruiscono una casa
a mezzo isolato di distanza
e io sto qui seduto
con le tende abbassate
a sentire i rumori,
i martelli che piantano i chiodi,
toc toc toc toc,
e il canto degli uccelli, e
toc toc toc toc,
e vado a letto, mi tiro le coperte fino al mento;
la stanno costruendo
da un mese, presto avrà
chi l'abita... dormendo, mangiando,
amando, girando qua e là,
ma chissà come
adesso
non è giusto,
mi sembra una follia,
gli uomini camminano sul tetto con la bocca piena di chiodi
e io leggo di Castro e di Cuba,
e la sera le passo davanti
e la casa ha le costole visibili
e dentro vedo gatti che camminano
come camminano i gatti,
e poi passa un ragazzo in bicicletta,
e la casa nonè ancora finita
e la mattina gli uomini
saranno di ritorno
girando intorno alla casa
con i loro martelli,
e mi sembra che la gente non dovrebbe più costruire
case,
mi sembra che la gente dovrebbe smettere di lavorare
e sedere in stanzette
al primo piano
sotto luci elettriche senza riparo;
mi sembra che ci siano molte cose da dimenticare
e molte da non fare
e nei drugstore, nei market, nei bar,
la gente è stanca, non ha voglia
di muoversi, e la sera io sto là in piedi
e guardo attraverso questa casa e la casa
non ha voglia di essere costruita;
tra i suoi fianchi vedo i colli purpurei
e le prime luci della sera,
e fa freddo
e mi abbottono la giacca
e sto là a guardare attraverso la casa
e i gatti si voltano a guardarmi
finché non mi sento in imbarazzo
e riprendo il marciapiede verso il Nord
dove comprerò
sigarette e birra
e ritornerò nella mia stanza.



il prete e il matador

nell'aria torpida messicana vidi morire il toro
e gli recisero l'orecchio, e il suo testone
non faceva più paura d'un sasso.

l'indomani tornando in macchina ci fermammo alla Missione
e vedemmo i fiori rossi azzurri e oro
contorcersi nel vento come tigri.

mettilo in versi: il toro, e il forte di Cristo:
il matador in ginocchio, il toro ucciso il suo bebè;
e il prete che guardava dalla finestra
come un orso in gabbia.

puoi discutere nella piazza del mercato e tirare
i tuoi dubbi con serici fili: io ti dirò soltanto
questo: ho vissuto in entrambi i loro templi,
credendo tutto e nulla - forse, ora,
essi morranno nel mio.



l'uccello

con gli occhi rossi e stordito come me
l'uccellogiunse in volo
dal lontano Egitto
alle 5 del mattino,
e Maria quasi inciampò sui tacchi a spillo:
cos'era, un razzo?
e andammo di sopra.
riempii due bicchieri di porto
e aspettammo che le campane
stanassero gli sgobboni dai loro miserabili nidi
poi Maria andò dentro ad annaffiare
il vaso
e io rimasi là seduto a strofinarmi la barba di tre giorni
pensando a quel matto di un uccello
e questo è il risultato:
tutto ciò che davvero contava
era andare in qualche posto
quanto più in fretta tanto meglio era
perché restava meno da aspettare
per morire. Maria uscì
e tirò giù le coperte
e io mi tolsi il vestito macchiato
m'infilai sotto le lenzuola sudate,
chiudendo gli occhi al suono e alla luce,
e la sentii sfilarsi i tacchi aguzzi
e i suoi piedi gelati mi calcarono i polpacci
e io battezzai quell'uccello
Mr. America
e poi rapido mi addormentai
 


un cavallo da 340 dollari e una puttana da cento

non vi venga l'idea che io sono un poeta; mi trovate
mezzo sbronzo all'ippodromo ogni giorno
a puntare su quarter, trottatori e purosangue,
ma fatevelo dire, là ci sono delle donne
che seguono i quattrini, e qualche volta
quando guardi queste puttane queste puttane da cento dollari
qualche volta ti domandi se la natura non ha scherzato
a regalare tanto petto e tanto culo e la maniera
in cui sta tutto insieme, tu guardi e guardi e guardi e
non ci credi; ci sono le donne qualsiasi
e poi c'è qualcos'altro che ti fa venir voglia
di sfondare quadri e spaccare dischi di Beethoven
sul coperchio del cesso; in ogni modo, la stagione
si trascinava e i pezzi grossi restavano in bolletta,
tutti i non professionisti, i produttori, gli operatori,
gli spacciatori di marijuana, i pellicciai, gli stessi
proprietari, e 'sto giorno correva Saint Louie:
un cavallo che rompeva quando l'arrivo era serrato
correva a testa bassa, era brutto e cattivo
dato 35 a 1, e io puntai un deca su di lui.
il guidatore lo spinse al largo
lo portò allo steccato dove sarebbe stato solo
anche se doveva fare il quadruplo di strada,
e fu così che fece
tutta la gara lungo lo steccato
correndo per due miglia anziché una
e vinse come se avesse il diavolo alle calcagna
e non era nemmeno stanco,
e la bionda più grossa di tutte
tutta culo e tette, praticamente nient'altro
venne con me a riscuotere.

quella notte non riuscii a distruggerla
anche se le molle sprizzavano scintille
che rimbalzavano sui muri.
più tardi là seduta in sottoveste
bevendo Old Grandad
disse
come mai un tipo come te
vive in una stamberga come questa?
e io dissi
sono un poeta

e lei buttò indietro la bella testa e rise.
tu? tu... un poeta?

proprio così, dissi, proprio così.

ma mi piaceva ancora, sì, mi piaceva,
e tante grazie a un brutto cavallo
che ha scritto questa poesia.
 


crocifisso nel pugno d'un morto

sì, cominciano tra i salici, direi,
i monti inamidati cominciano tra i salici
e vanno via così senza badare
né ai puma né alle pesche
chissà come
questi monti somigliano a una vecchia
con poca memoria e una sporta per la spesa.
siamo in una conca. ecco
l'idea. giù nella sabbia e tra i vicoli,
questa terra trafitta, percossa, divisa,
stretta come un crocifisso nel pugno d'un morto,
questa terra comprata, rivenduta, ricomprata
e ancora venduta, le guerre finite da un pezzo,
tornati gli spagnoli nella Spagna lontana
sempre nel bussolotto, e adesso
agenti immobiliari, lottizzatori, proprietari terrieri, costruttori
di autostrade che discutono. questa è la loro terra
e io ci cammino sopra, ci vivo per un po'
qui dalle parti di Hollywood vedo giovani nelle stanze
che ascoltano vitree registrazioni
e penso anche ai vecchi stanchi di musica
stanchi di tutto, e la morte come suicidio
credo siaqualche volta volontaria, e per avere un pungo d'appoggio
qui sulla terra è meglio ritornare
al Grand Central Market, vedere le vecchie messicane,
i poveri... sono certo che hai visto queste stesse donne molti anni
prima
discutere
con gli stessi giovani impiegati giapponesi
spiritosi, intelligenti e dorati
tra i loro mucchi di arance, di mele,
avocado, pomodori, cetrioli -
e sai che aspetto hanno, hanno davvero un bellissimo aspetto
ti sembra che potresti mangiarteli tutti
accendere un sigaro e, col fumo disfarti del mondo cattivo.
poi è meglio tornare nei bar, gli stessi bar
lignei, verdi, spietati, stantii
col giovane poliziotto di passaggio
terrorizzato e in cerca di guai
e la birra è sempre cattiva
ha un sapore che si confonde già col vomito
e la putrefazione, devi farti forza tra le ombre
per ignorarlo, ignorare i poveri e te stesso
e la borsa della spesa che tieni tra le gambe
bella piena di avocado, arance e pesce fresco
e bottiglie di vino, chi ha bisogno di un inverno
come quelli di Ford Lauderdale?
25 anni fa c'era sempre una battona
con una membrana su un occhio, che era troppo grassa
e faceva campanule d'argento con la stagnola
delle sigarette. allora il sole sembrava più caldo
anche se forse non era affatto vero
e tu porti fuori la borsa
della spesa e cammini per la strada
e la birra verde ti resta là sospesa
proprio sopra lo stomaco come
uno scialle corto e vergognoso,
e tiguardi intorno e non vedi
più
vecchi.


la madama

3 monelli mi corrono incontro
soffiando nei fischietti
e strillano
sei in arresto!
sei ubriaco!
e cominciano
a picchiarmi sulle gambe
con i loro manganelli di plastica.
uno ha addirittura
il distintivo. un altro ha
le manette ma le braccia sono levate al cielo.
quando entro nel negozio di liquori
piroettano sul marciapiede
come api
chiuse fuori dall'arnia.
compro una bottiglia di whisky
scadente
e
3 stecche di zucchero candito.
 


il pescatore


viene fuori ogni giorno alle 7.30 del mattino
con 3 panini al burro d'arachidi,
e c'è una lattina di birra
che mette a bagno nel secchio delle esche.
pesca per ore con una cannuccia per trote
a tre quarti dalla banchina, lungo il molo.
ha 75 anni e il sole non lo abbronza,
e per quanto faccia caldo
non si toglie mai la giubba verde e marrone.
prende stelle marine, squalotti e maccarelli;
ne prende a dozzine,
non parla con nessuno.
a una certa ora del giorno
beve la sua latta di birra.
alle 6 del pomeriggio raccatta la sua roba e il suo bottino
cammina lungo il molo
attraversa le strade
entra in un appartamentino di Santa Monica
va in camera da letto e apre il giornale della sera
mentre sua moglie getta le stelle marine, gli squali e i maccarelli
nella pattumiera

si accende la pipa
e aspetta la cena




FARCELA

nel mattino umido Ade applaude con mani segnate dall' herpes e
una donna canta alla radio, la sua voce giunge arrampicandosi
sul fumo, e il fumo esala vapori...

mi sento sola, canta la donna, tu non sei
mio e ciò mi fa sentire così male,
questo essere me...

sento macchine per la strada, è come un mare lontano
infangato di gente
mentre dietro l'altra spalla, lontano sulla Settima strada
vicino a Western Island
c'è l'ospedale, quella casa di agonia-
lenzuola e padelle e braccia e teste e
morti lente;
tutto è così deliziosamente orribile:
l'arte del coronamento: la vita che mangia
la vita...
una volta ho visto in sogno un serpente che inghiottiva la sua stessa
coda, inghiottiva e inghiottiva finché
è arrivato a metà dell'anello, e là si è fermato e
è rimasto così, si era pappato
sé stesso. bella fregatura.
abbiamo solo noi stessi per tirare avanti, ed è


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